Londra, Inghilterra
In autunno le condizioni atmosferiche di Londra prevedevano due opzioni: clima mite e piovoso con nuvole dense, o freddo e piovoso con nuvole ancora più dense e cupe. Bastarono i pochi istanti necessari a sgusciare fuori dalla limousine per entrare nell’atrio di un discreto hotel di Belgravia e Khalid Khuddari sentì il gelo fin nelle ossa, con la pioggia battente che gli schizzava l’impermeabile Burberry creando l’effetto di una tuta mimetica. Rabbrividì entrando nella hall piena di marmo e oro, passandosi una mano piatta sui capelli folti per scrollare via l’acqua. L’usciere lo guardò serio, prendendo come un affronto personale l’ingresso precipitoso di Khalid nella lobby, dato che teneva pronto un ombrello che avrebbe potuto riparare un’intera famiglia.
Un portiere lo accompagnò alla reception, che in realtà era un tavolo del Settecento in tek con decorazioni dorate e intarsi di lucente madreperla lungo le eleganti gambe curve e sul bordo che spiccava sul pavimento di marmo di Carrara. Il sorriso accogliente dell’addetta all’accettazione bastò a fargli dimenticare quel clima sgradevole.
“Buon pomeriggio, signor Khuddari, sono desolata per il cattivo tempo, le previsioni avevano detto che sarebbe migliorato.”
Khalid non si meravigliò che la ragazza lo salutasse per nome. Gli alberghi come quello sapevano tutto dei loro ospiti. “Protesterò con la direzione” disse con un sorriso. “Avevo espressamente richiesto che durante il mio soggiorno non piovesse.”
“Inoltrerò la sua richiesta all’ufficio meteorologico della BBC e vedrò cosa possono fare.” E rispose al suo sorriso.
Come le banche svizzere più esclusive, che da fuori non avevano affatto l’aria di essere luoghi d’affari, il Saint James Belgravia non sembrava un hotel, ma piuttosto una grande casa privata tenuta con cura. Era in perfetto stile georgiano, con i vetri piombati alle finestre e i muri così spessi da poter resistere ai colpi di cannone, e privo di qualsiasi insegna che ne indicasse l’esistenza. La reception era un grande salone di ingresso, con il banco e un tavolo di ciliegio con tre poltrone rosso scuro attorno. Appoggiata al muro sotto una specchiera dorata stava una consolle con sopra due caraffe di cristallo e un servizio di bicchieri abbinato, accanto a un secchiello da ghiaccio dal quale spuntava l’inconfondibile collo verde di una bottiglia di Dom Perignon.
Solo chi aveva un sacco di soldi sapeva dell’esistenza dell’hotel, e chi ci dormiva ne aveva ancora di più.
Khalid sorrise composto, sapendo che Siri gli aveva prenotato non solo il volo in prima classe dagli Emirati, ma aveva anche pensato alla limousine e all’hotel. Era il suo modo di stuzzicarlo e di dimostrargli il suo affetto, di cui lui era più che consapevole.
“Ministro, in genere non le farei questo tipo di richiesta” disse la ragazza quasi scusandosi, “ma lei non è mai stato nostro ospite. Dovrei vedere il suo passaporto, solo un momento.”
Lui tirò fuori il documento dalla tasca interna, aprendolo davanti a lei. La ragazza trascrisse i dati che le servivano su una scheda e restituì il passaporto diplomatico con un altro sorriso.
“Molte grazie, signor Ministro. Il fattorino ha già portato i bagagli nella sua stanza e si occuperà di disfarli se lo desidera. Lei è nella stanza numero sette. Alfred le farà strada.”
Una volta entrato nella suite, Khalid congedò i due fattorini senza attendere che gli disfacessero i bagagli. Notò che non si aspettavano nessuna mancia, e sorrise di nuovo. Gli hotel di quel livello non seccavano i loro ospiti con l’obbligo così triviale di dare mance agli inservienti, ma era sicuro che essere accompagnato in camera da quei ragazzi probabilmente costava di più di quanto suo nonno avesse guadagnato in tutta la sua vita. Dopo una doccia veloce si fece la barba per togliersi di dosso l’indolenzimento del volo e uscì. La limousine lo stava aspettando, come aveva chiesto all’autista, che aveva le fattezze classiche di un nativo americano.
“Al Savoy” gli disse Khalid mentre sprofondava nel sedile di morbida pelle della Daimler nera.
Nonostante le dimensioni ragguardevoli dell’automobile riuscirono a farsi strada nel traffico ingarbugliato della città in tempo da record e ben presto imboccarono il viale che conduceva a quello che probabilmente è l’hotel più famoso del mondo.
Dato il suo aspetto affascinante e la sua capacità di recitare a memoria diecimila versi di poesie romantiche, non c’era da meravigliarsi se Trevor James-Price si stava intrattenendo con la donna più bella tra quelle presenti all’American Bar del Savoy. Entrambi sedevano davanti al lungo bancone, leggermente girati l’uno verso l’altra con l’atteggiamento intimo e appartato degli amanti clandestini. E mentre si avvicinava, Khalid sentì distintamente la risata della donna, dolce e sensuale.
“Ah, eccoti qua, Trevor. Sono ore che i guardiani ti stanno cercando per tutta la città, dopo che hanno scoperto che sei scappato dal manicomio senza prendere i tuoi farmaci.” Con Trevor Khalid poteva dare libero sfogo al suo umorismo giovanile, compresso ormai da molto tempo.
James-Price alzò subito lo sguardo, con un ciuffo dorato che gli penzolava sulla fronte. I suoi occhi brillarono di gioia. Si strinsero affettuosamente le mani.
“Khalid, ti presento Millicent Gray. Millicent, questo è il ladro di Baghdad, Khalid Khuddari. “Trevor fece una pausa mentre Khalid stringeva la mano della donna. “Ora, se vuoi scusarci, devo parlare con lui per convincerlo a non far saltare per aria il Parlamento. Ci vediamo alle nove al Les Ambassadeurs.”
Lei sfiorò la mano di Trevor mentre si alzava, quindi sorrise a Khuddari e si avviò attraversando la sala. Almeno una mezza dozzina di teste si voltarono a guardarla.
“Les Ambassadeurs, però… pensavo fossi senza un soldo” lo stuzzicò Khalid.
“Cosa dovrei fare? Mi ha invitato lei.” Trevor si scolò quel che rimaneva di un bicchiere di acqua gassata e fece cenno al barman di portarne altri due. “Sono contento che tu partecipi al tuo primo incontro dell’OPEC in veste di Ministro del petrolio.”
“Quasi quasi non volevo venire,” disse Khalid cupo.
“L’ho capito. Ne vuoi parlare?”
“No, grazie. Potrebbero essere solo fantasmi, o forse l’incubo è reale” disse Khalid scuotendo la testa.
“O anche peggio. Ho scoperto le trame di Rufti con gli iracheni e gli iraniani. Se riescono nei loro intenti, l’assegno di centomila dollari che mi hai offerto non avrà neanche il valore della carta su cui è stampato.”
Prima che Khalid potesse reagire, Trevor continuò. “Alla fine ho trovato qualcuno che mi ha spifferato qualcosa, un principe saudita che dice che Rufti lo sta ricattando e vuole vedere morto quel bastardo ciccione. Sembra che il principe sia stufo di essere ricattato per i suoi gusti sessuali particolari.
“L’anno scorso, Rufti si è incontrato con un ex agente del KGB di nome Ivan Kerikov a Istanbul, a bordo dello yacht di questo principe. Ho scoperto che successivamente questo Kerikov ha incontrato anche gli iracheni e gli iraniani in occasioni diverse. Ho intuito che sono tutti coinvolti in qualcosa di malsano, e ho corrotto un cameriere del ristorante in cui Rufti e i suoi si sono incontrati ieri sera. Ha nascosto un registratore sotto il loro tavolo.
“E…?” Khalid lo incitava a proseguire mentre Trevor faceva una pausa di effetto.
“A causa delle pressione economica causata dalla decisione americana, gli iracheni e gli iraniani hanno deciso di mettere da parte le loro differenze religiose per un bene più importante, e cioè i loro conti correnti svizzeri. Con l’aiuto dell’UAE, vogliono nientemeno che prendere il controllo di tutto il Golfo. Come sai l’Iran, con l’aiuto degli Emirati può strangolare lo stretto di Hormuz e bloccare tutto il traffico marittimo, petroliere e navi da guerra. Dopodiché con un esercito misto di dieci milioni di uomini e armi chimiche e biologiche che gli ispettori delle Nazioni Unite neanche si immaginano, l’Iran e l’Iraq si ingoieranno il Kuwait e un bel pezzetto di Arabia Saudita prima che il resto del mondo riesca a rendersi conto di cosa è successo.”
“È ridicolo. Gli americani risponderebbero immediatamente con il sostegno della NATO. Sarebbe una replica della guerra del Golfo.”
“Dici?” Trevor inarcò un pallido sopracciglio. “Quando Saddam ha invaso il Kuwait nel 1990, ha fatto un solo errore di calcolo. Non aveva immaginato che i soldati americani avrebbero potuto utilizzare l’Arabia Saudita come base per le loro rappresaglie. E se ben ricordi, i Sauditi hanno faticato a concedere alle truppe straniere di passare sulla penisola araba. Voi beduini siete molto pignoli su chi può calpestare la vostra terra santa e chi no e su tutte quelle cazzate.
“Se Saddam si fosse reso conto che gli americani avevano avuto accesso a quelle basi, non si sarebbe fermato al confine arabo. Stavolta puoi scommettere che i carri armati non si fermeranno fino a che non trovano un bel parcheggio in centro a Riyadh.
“E c’è dell’altro. Nonostante il presidente Bush avesse assicurato tutti del contrario, la Guerra del Golfo è stata combattuta solo ed esclusivamente per il petrolio. Agli americani non importava un bel niente del popolo del Kuwait. Prima che scoppiasse la guerra, la maggior parte degli americani probabilmente pensava che il Kuwait fosse un frutto esotico. Nessun nobile princìpio, nessuna chiamata alla moralità, solo una sana e onesta politica economica. E tra dieci anni, anzi nove da adesso, all’America non importerà più niente del petrolio. Chiuderanno il rubinetto e lasceranno che il Medio Oriente vada allo sfascio. Se un fronte congiunto di iraniani e iracheni ci riprovasse, il Congresso li manderebbe a cagare.” Trevor parlò imitando l’accento americano: “‘Lascia che quei mangia-datteri di merda si ammazzino tra di loro. La cosa non ci riguarda più’, ecco cosa direbbero i Senatori americani del Sud. Non impegnerebbero le truppe da combattimento in una causa che non sia vantaggiosa per il portafogli degli americani. Punto.
“Con l’Arabia Saudita spaccata a metà dalle truppe irachene e Hormuz bloccato dalle navi da guerra iraniane e degli Emirati, gli americani non potrebbero comunque fare niente. Non avrebbero nessuna base tattica nella regione. Dovrebbero usare gli aeroporti della Turchia e di Cipro, ai limiti della Ccalizione, e un’eventuale invasione via terra dovrebbe affrontare montagne scoscese che hanno scoraggiato gli eserciti per secoli. Non avrebbero nessuna chance, a prescindere dal numero di bombe intelligenti e aerei da caccia disponibili. No, amico mio, quasi certamente non sarebbe una ripetizione della Guerra del Golfo. Pensa un po’, con l’Iran e l’Iraq che governano il Golfo con l’aiuto di un governo fantoccio negli Emirati, puoi scommettere che il domino comincerebbe a crollare. La Giordania, la Siria e persino Israele potrebbero venire ingoiati appena si calmano le acque.”
Khalid si appoggiò all’indietro come se avesse ricevuto uno spintone. Quello che Trevor stava dicendo era più che plausibile. Ciò che aveva sempre guidato la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente era la necessità di assicurarsi un flusso ininterrotto di greggio del Golfo. Una volta rimossa quella necessità, la regione sarebbe diventata insignificante proprio come il Togo o il Bhutan. L’America inondava il Levante di dollari sottoforma di aiuti miliari nel tentativo di mantenere in equilibrio i poteri delle varie nazioni. Di solito quel genere di azioni erano unilaterali e maldestre, e portavano al potere dittatori assai temuti dagli Stati Uniti. Ciononostante, il flusso di petrolio era continuato per cinquant’anni, interrotto solo da qualche colpetto di singhiozzo.
Senza la sete di petrolio, le politiche del Medio Oriente non avrebbero più suscitato alcun interesse da parte dell’America. Avrebbero fatto un po’ di rumore, approvato qualche risoluzione di condanna da parte delle Nazioni Unite, ma non avrebbero agito. La storia è piena di guerre. La maggior parte dei libri di testo sottolinea le loro cause e i loro effetti come se le guerre fossero lo spartiacque dello sviluppo della civiltà. Senza eccezione, erano state tutte combattute per motivi di interesse economico.
“C’è però un punto debole nel tuo ragionamento,” rispose finalmente Khuddari. “Gli Emirati non si unirebbero mai all’Iran e all’Iraq se questi invadessero il Kuwait o l’Arabia Saudita.”
Trevor aveva l’inquietante capacità che hanno certi professori di gelare le persone con lo sguardo. “Con l’eccezione delle grandi democrazie, la vita media di un governo nella maggior parte delle nazioni del mondo è di circa otto anni. Gli emirati esistono da quasi trent’anni, e forse il vostro tempo è scaduto.”
“Ti riferisci a Rufti?”
“Esattamente.”
“Ho parlato con il principe ereditario della stessa cosa, e devo concordare con la sua valutazione. Forse hai ragione su Rufti, ma la minaccia è ancora di là da venire, c’è ancora qualche anno per metterlo in riga.”
“Sei rimbecillito? Probabilmente non punterà subito al governo assoluto, ma sono sicuro che non gli farebbe schifo occupare il tuo ufficio per un po’. Cristo, devi vedere come se n’è andato in giro per Londra ballonzolando, sembrava che fosse già il Ministro del petrolio di tutti gli Emirati, e non solo del suo angolino di polvere.”
Khalid non ci aveva pensato.
Anche se il suo lavoro era prettamente amministrativo, Khalid sapeva che un Ministro del petrolio dell’OPEC godeva ancora di un elevato grado di rispetto nella comunità economica internazionale. Sarebbe stato un ottimo trampolino per chiunque volesse aumentare il suo potere senza attirare l’attenzione su di sé. Vista la tensione che regnava tra i sette membri del Consiglio Federale Supremo dell’UAE, gli Emirati più piccoli avrebbero potuto fare pressione sul principe e far nominare Rufti nel caso in cui Khalid non fosse stato in grado di compiere il suo dovere. O se, per esempio, fosse morto.
“Calma, ragazzo. Si direbbe che hai appena visto un fantasma” disse Trevor, destando Khalid dai suoi pensieri.
“Proprio così. Il mio.” Il campo di addestramento che aveva ispezionato insieme a Bigelow acquistava un significato ancora più inquietante. “Senti, ma sei sicuro di quello che hai detto di Rufti e degli iracheni?”
“Beh, il collage completo l’ho fatto io” ammise Trevor. “Le informazioni registrate sul nastro erano frammentarie, ma i conti tornano. Specialmente vedendo il modo in cui tu ti comporti ultimamente.”
Khalid diede un’occhiata al suo orologio. “Ho un ricevimento al British Museum. I sauditi hanno prestato al museo alcuni antichi testi islamici e stasera c’è l’inaugurazione della mostra. Sarà un grande galà, che è stato inserito nell’agenda dell’OPEC, una specie di riunione informale prima degli incontri di domani. Senti, sto per chiederti qualcosa che in condizioni normali non ti chiederei, ma dobbiamo vederci più tardi nel mio hotel. Vorrebbe dire rinunciare al tuo appuntamento con la signorina Gray.”
“Se per te è così importante e so che lo è, ci sarò.”
Trevor si alzò e si salutarono stringendosi la mano. “E a proposito, è la signora Gray, non signorina. A dire il vero, è Lady Gray.”
Khalid aspettò qualche istante sotto il portico del Savoy che gli portassero la limousine. Un portiere lo scortò fino alla Daimler e dopo pochi secondi era di nuovo in mezzo al traffico, diretto al quartiere di Bloomsbury e al British Museum. Poco amante delle limousine, Khalid avrebbe voluto chiacchierare con l’autista per far passare il tempo di quel breve tragitto, ma il divisorio di vetro scuro che li separava era chiuso e non era possibile aprirlo.
Pensò che forse poteva battere sul vetro, ma poi decise di lasciarsi andare sul sedile e guardare l’interessante parata umana che popolava Soho. A Cambridge Circus girarono su Bloomsbury Street, dove l’oscurità della notte era tenuta a bada dal tendone e dalle insegne luminose del teatro. La pioggia rigava d’argento i vetri della limousine, come una decorazione natalizia.
Superata Oxford Street, lo scenario cambiò completamente. I bassi edifici in stile tudor, i cartelli di legno che penzolavano sulla facciata di negozi angusti, e i lampioni a gas davano al paesaggio un’aria dickensiana. Il grande edificio di pietra del British Museum era davanti a loro e inondava Great Russel Street con un riflesso innaturale prodotto dalle luci televisive montate per catturare i personaggi famosi attesi per la serata. Anche da così lontano, Khalid riuscì a vedere i lampi dei flash che si susseguivano uno dopo l’altro. Quella frenesia doveva significare che era arrivata una qualche star del cinema o dello spettacolo.
La limousine girò su Great Russel Street, con il museo che incombeva massiccio sulla sinistra, e sulla destra c’era una stretta traversa laterale che si faceva largo tra gli edifici del diciottesimo secolo, pieni di finestre. Superati i cancelli dell’ingresso del museo, la strada era bloccata dalle auto della polizia, da un furgone blindato e da un paio di motociclette. I “bobby” in divisa stavano di guardia alle transenne per tenere indietro i giornalisti più giovani e un centinaio di curiosi. I giornalisti più anziani e i fotografi erano invece all’interno del museo, ai lati della scala di ingresso dell’edificio.
Era una scena che gli ricordava qualcosa. Khalid era già stato molte volte al museo ai tempi dell’università ed ebbe la sensazione di aver già vissuto quella scena. Le transenne, le strade, persino gli edifici erano tinti delle sfumature del sogno.
Il deserto, un campo di addestramento appena abbandonato ma accuratamente distrutto, le strade, i palazzi, quel luogo.
Non appena si rese conto della situazione, il vetro che separava il passeggero dall’autista scivolò verso il basso. La limousine si era fermata in fila con altre automobili di lusso che aspettavano di entrare al museo. L’autista indiano che lo aveva accompagnato dal suo hotel al Savoy era stato sostituito da un turco, o forse era afgano. Khalid ebbe appena il tempo di notare il cambio di persona quando l’uomo sollevò una pistola automatica. Khalid si buttò di lato, mentre un colpo silenziato lasciava un foro perfetto nel sedile di pelle imbottito e l’auto veniva invasa dall’odore pungente della polvere da sparo. Afferrò la maniglia della portiera e si buttò fuori dall’auto. Il secondo colpo gli lacerò la stoffa dell’impermeabile, lasciandolo illeso.
Colpì violentemente l’asfalto bagnato, rotolando contro il bordo del marciapiede e poi rialzandosi si aiutò con le mani, riparandosi di lato dietro una pesante fioriera. Sentì immediatamente gli occhi indiscreti delle telecamere voltarsi verso di lui. Non si era mai sentito così nudo in vita sua, ma non riusciva a muoversi. Il finestrino dell’autista era aperto e poteva vedere l’uomo che lo cercava. La fioriera gli offrì un po’ di protezione.
Khalid pensò di correre dietro l’auto e di infilarsi nella strada laterale, sperando di non essere visto. Poi si ricordò del bossolo di proiettile da nove millimetri che Bigelow aveva trovato nel campo di addestramento abbandonato. Khalid si intendeva a sufficienza di armi da sapere che l’autista aveva usato un’automatica calibro ventidue. C’era qualcun altro che gli stava dando la caccia.
Da una finestra di quello che sembrava un appartamento privato al secondo piano di una casa dall’altra parte della strada uscì un lampo di luce che si trasformò in una scia che attraversò fulminea lo spazio tra l’edificio e l’auto. Khalid era di nuovo in movimento e correva mentre il missile lanciato da un’arma a spalla centrava in pieno il tetto della Daimler facendola esplodere.
Il carburante che bruciava, il metallo fuso e i frammenti del proiettile impregnavano l’aria attorno alla limousine quasi completamente disintegrata. Khalid venne sollevato e scagliato in aria. Atterrò contro il cancello in ferro battuto dell’ingresso del museo e la violenza dell’impatto gli fermò il respiro. L’autista assassino che era al volante della Daimler si era dileguato.
Lottando per riprendere fiato, con le orecchie che gli ronzavano, distinse il rumore degli spari delle armi automatiche, come gli ingranaggi di qualche gigantesca macchina. Guardò dietro di sé e vide un intero esercito che correva verso di lui, impugnando armi che sputavano lingue di fuoco.